La riforma del mercato elettrico del 2024 non è un intervento nato nel vuoto normativo, ma si configura come la risposta strutturale e necessaria alla “tempesta perfetta” che ha caratterizzato la crisi energetica del 2022.
La Guerra in Ucraina ha messo in evidenza non solo le vulnerabilità geopolitiche del sistema europeo, ma soprattutto i difetti intrinseci di un meccanismo di formazione dei prezzi ormai inadeguato. Il presente articolo analizza i fattori che hanno scatenato la crisi e i difetti del mercato che ne hanno amplificato gli effetti negativi.
La tempesta perfetta: i fattori scatenanti della crisi
La crisi è stata innescata dalla convergenza di fattori esogeni e dinamiche di mercato preesistenti. Il catalizzatore principale è stato di natura geopolitica: la drastica riduzione delle forniture di gas russo verso l’Europa dopo l’invasione dell’Ucraina.
Il gas naturale, infatti, è tuttora un combustibile essenziale per la produzione di elettricità nel continente. Questo shock sull’offerta di gas, inoltre, si è innestato su dinamiche di mercato già tese, come la forte ripresa della domanda globale post-pandemia COVID-19. La combinazione di una domanda sostenuta e un’offerta di gas ridotta ha spinto i prezzi sul mercato olandese TTF (benchmark principale per l’Europa) a livelli record, con un’impennata speculativa senza precedenti.
L’aumento vertiginoso dei prezzi del gas, risorsa price-maker nel mercato elettrico, si è propagato rapidamente a tutto il sistema energetico. L’impatto più diretto è stato sulle bollette finali delle famiglie, causando un drammatico aumento della povertà energetica, che ha interessato circa il 9,3% della popolazione dell’Unione Europea nel 2022.
Parallelamente, la crisi ha eroso la competitività dell’industria europea. I prezzi energetici in Europa sono risultati notevolmente superiori a quelli di altri mercati (statunitense in particolare), costringendo molte aziende energivore a ridurre, o in alcuni casi sospendere, la produzione, con gravi ripercussioni sulla catena del valore e sull’occupazione.
Il tallone d’Achille: il difetto strutturale del prezzo marginale
La profonda crisi energetica del 2022 ha messo in luce la principale vulnerabilità strutturale del mercato elettrico europeo: il meccanismo del prezzo marginale (noto anche come pay-as-clear). Questo sistema, pensato decenni fa per garantire efficienza in un mondo dominato dai combustibili fossili, si basa sul principio del merit order (letteralmente, l’ordine di merito o dispacciamento in ordine di costo): gli impianti di generazione vengono chiamati a produrre in ordine crescente di costo variabile, fino a soddisfare la domanda complessiva.
Per capire questo concetto in modo semplice, si può immaginare il gestore della rete elettrica che ogni ora deve “fare la spesa” dell’energia necessaria a coprire l’intera domanda nazionale.
Inizia chiamando gli impianti meno costosi: prima le fonti rinnovabili (come solare ed eolico), che hanno un costo di “materia prima” (il sole o il vento) pari a zero. Poi chiama gli impianti nucleari o idroelettrici, a costo basso e stabile. Se la domanda non è ancora coperta, continua a salire nell’ordine di merito, chiamando centrali sempre più costose, fino ad arrivare, di solito per ultime, alle centrali a gas.
Qui emerge la falla che la crisi ha reso evidente. Il prezzo di tutta l’elettricità scambiata nel mercato in quell’ora non è una media dei costi, ma è determinato unicamente dal costo variabile dell’ultimo impianto necessario a coprire la domanda. In Europa, per gran parte del 2022, quest’ultimo impianto (il “marginale”) è stato quasi sempre una centrale a gas.
Di conseguenza, il prezzo esorbitante del gas, schizzato a livelli record a causa delle tensioni geopolitiche, ha determinato il prezzo finale di tutta l’energia venduta in quell’ora, inclusa quella prodotta da fonti rinnovabili a costo marginale quasi nullo.
Si è creato un paradosso: anche se buona parte dell’energia consumata proveniva da fonti a basso costo (rinnovabili, nucleare), i consumatori la pagavano al prezzo altissimo del gas, perché era il gas a “fare il prezzo”.
Questo disallineamento strutturale ha impedito ai consumatori finali di beneficiare dei massicci investimenti nella transizione energetica, trasformando un aumento dei costi di una singola risorsa (il gas) in un aumento generalizzato dei prezzi.
Al contempo, ha generato notevoli profitti extra, tecnicamente noti come rendite inframarginali (inframarginal rents), per i produttori di energia rinnovabile o nucleare, che producevano a costo zero o basso ma vendevano al prezzo altissimo fissato dal gas. È stata questa crisi di legittimità, prima ancora che economica, a rendere la riforma del mercato elettrico non più rimandabile.