Ci permettiamo di riprendere alcuni articoli da Internazionale del 27 marzo 2026 (n. 1658, pagine 18-25), per lo straordinario senso di coerenza e semplicità che restituiscono alla missione di Intercer e, in generale, delle rinnovabili nel mondo e in Europa in particolare. Tutti i difetti di questa brutale sintesi sono nostri, mentre tutti i contenuti sono tratti da Internazionale che vi preghiamo di andare a recuperare per leggere ciascun pezzo nella sua interezza.
L’espansione delle rinnovabili è l’unico argine alla guerra dei combustibili fossili
Non è necessario ricordare che da una parte del mondo Stati Uniti e Israele stanno portando avanti uno sconsiderato attacco contro l’Iran, che ha avuto enormi conseguenze sulle esportazioni di combustibili fossili della regione. Questo ha già prodotto effetti negativi sulla vita quotidiana in diversi paesi, facendo salire il prezzo del petrolio e della benzina e mettendo a rischio la disponibilità di fertilizzanti prodotti a partire dagli idrocarburi. Non è necessario ricordare nemmeno che anche il clima è in crisi perché abbiamo bruciato troppi combustibili fossili per troppo tempo. Il conflitto ha di fatto bloccato le esportazioni di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto (gnl) del pianeta. L’interruzione ha scosso i mercati dell’energia, facendo impennare i prezzi e mettendo in difficoltà le economie dipendenti dalle importazioni. L’Asia è stata colpita duramente, ma le ripercussioni si fanno sentire anche in Europa e in Africa. Oggi però le energie rinnovabili sono competitive rispetto ai combustibili fossili: secondo l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, nel 2024 oltre il 90% dei nuovi progetti di energia rinnovabile aveva costi inferiori rispetto alle alternative fossili. Gli effetti della guerra del Golfo Persico, o contro l’Iran o tutta la regione mesopotamica, potrebbero essere l’opposto di quanto sperano i suoi sostenitori e lucratori nell’industria dei combustibili fossili: un’accelerazione della transizione energetica.
La guerra alle energie rinnovabili
Trump sta anche combattendo una guerra interna contro le energie rinnovabili negli Stati Uniti: tagliando i fondi, cancellando i permessi, implementando le attività nei combustibili fossili. D’altra parte, ogni quindici ore vengono installati pannelli fotovoltaici capaci di produrre un gigawatt e una transizione collegata sta elettrificando qualunque cosa, dagli impianti domestici ai macchinari per l’edilizia e alle industrie. L’energia rinnovabile è anche energia decentralizzata, che non può essere monopolizzata da cartelli e multinazionali perché il sole, il vento, il calore geotermico e i corsi d’acqua sono distribuiti su tutta la superficie terrestre. L’energia rinnovabile è anche energia locale e, benché ad alta intensità di capitale, è anche gratuita, una volta costruite le infrastrutture come turbine eoliche e pannelli solari e il sistema di distribuzione. Come rende bene Mad Max, i combustibili fossili, con la loro distribuzione disomogenea, sembrano sempre scarsi e sono sempre oggetto di una lotta violenta. Come stiamo vedendo e già è stato visto. La cosa più importante è superare la nostra dipendenza dai combustibili fossili. La crisi climatica è violenza, come dimostrano gli incendi, le alluvioni, le ondate di caldo, le siccità, le carestie, l’innalzamento dei livelli dei mari e altre catastrofi. È una violenza causata da potenti minoranze che hanno sabotato decenni di sforzi per fare ciò di cui il clima ha bisogno.
La guerra può accelerare la transizione energetica?
“Drill, baby, drill”. Il prezzo del petrolio è salito da circa 70 dollari al barile a più di 100 dollari e anche quello del gas naturale è aumentato rapidamente. Espandendo il più possibile l’uso di fonti rinnovabili, veicoli elettrici e pompe di calore si potrebbe ridurre quel costo del 70%. Gli effetti di questa crisi energetica avranno conseguenze ancora più vaste dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, che ha ridotto i flussi di petrolio e gas russi verso l’Europa. Da allora, la capacità annuale di installazione del solare nell’Unione europea è più che raddoppiata e quella del Regno Unito è aumentata di circa due terzi. Anche l’energia eolica ha continuato a crescere. Le energie rinnovabili rappresentano oggi circa il 45% della capacità energetica globale. Ora la regione più vulnerabile è l’Asia, che riceve circa i quattro quinti del petrolio e del gas liquefatto (gnl) da Hormuz. Giappone e Corea del Sud per il 70% e Taiwan per un terzo del suo gas naturale, fino alla metà delle importazioni di petrolio e gas naturale dell’India e quasi la metà delle importazioni di greggio della Cina.
Danni permanenti
A pagare il prezzo di questa guerra sarà soprattutto l’Asia, dove finiscono i tre quarti della produzione qatariota, mentre il resto è destinato all’Europa. Il gas andrà al miglior offerente e alcuni paesi saranno costretti a tornare al carbone. A differenza del petrolio, inoltre, la carenza di gas non è dovuta solo a problemi logistici ma a problemi strutturali. Ad esempio ci vorranno anni per riparare i danni all’impianto di Ras Laffan della QatarEnergy, che si estende su un’area di 259 chilometri quadrati e produce un quinto del gas mondiale, da un giacimento condiviso con l’Iran.
La Cina seguirà la sua solita strategia: usare tutto il possibile. Ed è la lezione che trarranno molti altri paesi. Carbone compreso.
Dove ci sono reti elettriche deboli, però, l’aumento dei costi del gas naturale e del diesel renderà il solare più attraente, sia per le aziende energetiche sia per i piccoli centri e le famiglie. Il Pakistan è passato dal 4% al 25% di solare come fonte di elettricità dopo la guerra in Ucraina, in gran parte grazie ad abitazioni e aziende che hanno installato pannelli solari cinesi a basso costo.
Nel lungo periodo, a ottenere il vantaggio maggiore potrebbero essere i veicoli elettrici. Gli automobilisti si stanno trovando davanti a rialzi altissimi della benzina anche negli Stati Uniti, sebbene sia il maggior produttore mondiale di petrolio: 8,4 miliardi di dollari in più nel mese di marzo rispetto al periodo pre-bellico, con la benzina arrivata a superare i 4 Ministro dell’Energia U.S. Chris Wright costretto ad ammettere che probabilmente i prezzi non scenderanno sotto i 3" /> prima del 2027.
Ed in Europa?
I documenti dell’Unione europea sono pieni di belle intenzioni per scollegare il prezzo del gas da quello dell’elettricità, ma i governi non hanno lavorato abbastanza in questa direzione. Con l’eccezione della penisola iberica, dove il vincolo tra il prezzo del gas e quello dell’elettricità è ormai molto debole. Dipendiamo ancora parecchio dagli idrocarburi. Ogni volta che c’è una crisi internazionale improvvisa l’Europa ne paga le conseguenze. È vero che non si può cambiare un sistema energetico in pochi anni. Per quanto riguarda l’approvvigionamento di gas naturale: nel 2022 il 45% delle importazioni veniva dalla Russia; oggi la percentuale è scesa al 13%. L’Unione europea ha ripiegato sul gas liquefatto: abbiamo sostituito una dipendenza con un’altra. Questa nuova dipendenza è probabilmente meno pericolosa: Donald Trump è chiaramente inaffidabile, ma quanto meno non può ordinare improvvisamente un’interruzione delle forniture di gas, cosa che invece potrebbe fare Putin. Ma c’è un fatto ancora più importante: l’Europa è riuscita a ridurre sensibilmente il consumo di gas. Nel 2025 i ventisette paesi dell’Unione europea ne hanno bruciato 3.480 TWh, cioè il 18% in meno rispetto al 2021. Per quanto riguarda l’elettricità, invece, i progressi sono meno evidenti, anche se l’installazione di impianti fotovoltaici ed eolici hanno registrato una forte crescita. Nel 2050 il 30% dell’energia elettrica consumata nell’Unione è stata generata dall’energia solare o eolica, contro il 20% del 2020. Ma questo non vale per tutti i paesi: in Italia e in Germania l’effetto della carenza di gas sul prezzo dell’elettricità comincia già a farsi sentire. A marzo la corrente elettrica nei due paesi costava rispettivamente 136 e 100 euro/MWh, mentre in Spagna e Francia è rimasta sostanzialmente stabile (55 e 61 euro). L’obiettivo è quello di ricorrere sempre di meno alle centrali a gas. L’esempio più lampante è quello della Spagna, che tra il 2019 e il 2025 ha raddoppiato la sua capacità di generare energia solare ed eolica. Il risultato è che, nel 2019 il prezzo dell’elettricità spagnola era determinato da quello del gas nel 75% dei casi, oggi si è scesi al 15%. L’Italia, invece, dipende ancora completamente dal gas all’89%, la Germania al 40%. Gli specialisti concordano su un punto: il modo migliore per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi è accelerare la transizione energetica.